Carlo Rubbia ha progettato negli ultimi anni un modello di centrale solare innovativa che avrebbe dovutO essere realizzata in Italia, vicino a Siracusa, con finanziamenti per la maggior parte privati. L'Italia ha rinunciato alla realizzazione della centrale e Rubbia la ha proposta alla Spagna che, in breve tempo, ne ha approvato la realizzazione. Dal 2005 la centrale solare di Rubbia è nel sito di Almerìa, dove opera assieme ad altri siti solari tradizionali. In questa intervista al mensile 'Newton' lo scienziato parla delle caratteristiche della centrale e si rammarica dello stato della ricerca in Italia e del fatto che il nostro Paese abbia rinunciato ad una realizzazione che potrà avere promettenti sviluppi e in vista dell'esaurirsi dei combustibili fossili....DOCUMENTI ALLEGATI
CARLO RUBBIA “L’Italia ha detto no alla mia centrale solare. E io vado in Spagna”
Di Giorgio Rivieccio
Il premio Nobel per la Fisica ha realizzato l’impianto più innovativo per ricavare energia dal sole. Ma il nostro Paese l’ha rifiutato. E lui si è rivolto altrove. Risultato: 20 nuove centrali stanno sorgendo nella penisola iberica. In questa intervista esclusiva Rubbia spiega perché se n’è andato. E bolla la ricerca italiana:
“ E’ il caos”.Demoralizzante. Ibernata. Un caos totale, mentre il mondo continua a procedere. Sa come definiscono gli inglesi una condizione del genere? A footnote, una nota a piè di pagina.
Dalla sua stanza al Cern di Ginevra, Carlo Rubbia guarda a Sud-Ovest e descrive cosi ’la situazione dell’Italia nella ricerca e particolarmente in campo energetico. Senza usare molta diplomazia, com’è sua abitudine.
“Ho provato a cambiare un po’ di cose, ma non ci sono riuscito” .
A sud ovest di Ginevra c’è la Spagna. Qui, un gruppo di imprese private sta realizzando la più grande concentrazione di centrali solari del mondo, basate su un brevetto che Rubbia ha sviluppato negli anni scorsi. E che lo scienziato ha inutilmente cercato di far realizzare in Italia, nei cinque anni in cui è stato presidente dell’Eneam prima di esserne allontanato.
Conclusasi tra feroci polemiche la sua avventura di dirigente della ricerca pubblica, Rubbia ha proposto il suo progetto al Ciemat, l’Enea spagnolo. In pochissimo tempo il Ciemat lo ha approvato, finanziato, e creato a Madrid un centro di ricerca e sviluppo da 70 mila metri quadrati sul solare termodinamico e le energie rinnovabili. Adesso, una ventina di nuove centrali solari stanno spuntando in diversi siti della pesnisola iberica, tutte finanziate dalle maggiori aziende private spagnole dell'’energia.
“Ora sì che mi sto divertendo come un matto “ dice Rubbia. L’Italia che non si è fatta molti problemi a lasciarselo scappare è ormai un capitolo chiuso. Lui non ama guardare indietro, ha troppe iniziative da mettere al fuoco.
Goriziano di nascita, 69 anni, Premio Nobel nel 1984 per la scoperta delle particelle che trasportano una delle tre forze fondamentali della natura, quella elettrodebole, Rubbia è uno degli scienziati con la più alta concentrazione di idee nei campi più disparati. Ha realizzato a Trieste il laboratorio di Luce di Sincrotrone, che utilizza fasci di particelle per esaminare la struttura dei materiali, ma anche di virus e proteine, a livello sub microscopico. Ha ideato un sistema rivoluzionario di propulsione spaziale, a fissione nucleare (vedi Newton, novembre 1998), che permette di accorciare di dieci volte i tempi per raggiungere altri pianeti. Ha inventato una centrale elettrica unita a un acceleratore di particelle che “brucia” le scorie nucleari (vedi Newton, dicembre 2004) , risolvendo tre problemi in uno: la produzione di energia, la sicurezza dell’impianto che si spegne da solo se lasciato a se stesso; inoltre, l’eliminazione dei residui nucleari delle centrali, la cui radioattività altrimenti resta per migliaia di anni. Ha progettato infine un esperimento per la ricerca della materia oscura, il più grande enigma sulla struttura dell’universo, per i Laboratori del Gran Sasso, in Abruzzo.
L’energia solare è una delle sue sfide attuali. “Ha idea, - dice – di quanto costeranno i combustibili fossili tra 10 anni? Ci vorrà qualcosa per sostituirli. “Che cosa? “Non il nucleare di oggi, dato che produce scorie radiattive da far paura. In realtà avevamo il modo per produrre energia bruciando proprio le scorie, anzi l’Italia era leader nel mondo in questa tecnologia. Ora ce la stanno copiando i giapponesi” . “Le biomasse – prosegue – possono dare un contributo limitato. Lo stesso accade per l’energia solare tradizionale, quella fotovoltaica, e l’energia eolica. Anche se passassero dal 2 al 5 per cento della produzione di un Paese non risolverebbero il problema. Perché hanno un limite: ciò che producono non si può accumulare. Per esempio, l’energia fotovoltaica non si produce di notte o quando il tempo è nuvoloso, cioè nei momenti in cui servirebbe di più. E in generale l’energia deve essere a disposizione quando se ne ha bisogno, non quando il buon Dio la manda” .
Il vero problema, sottolinea Rubbia, è quindi la possibilità di accumulare questa energia. “Lo puoi fare in due modi” – dice – “O attraverso l’energia termica, cioè calore, o attraverso la produzione di idrogeno. Il primo caso è già realizzabile a livello industriale: l’energia del sole viene usata per riscaldare un fluido da utilizzare poi per azionare turbine e quindi generatori di elettricità . E si può accumulare sotto forma di calore per giorni, così da essere impiegata quando realmente serve.”
Nasce così il suo progetto di solare termodinamico, un sistema ispirato, spiega Rubbia a quanto accadde a Siracusa 212 anni prima di Cristo, quando Archimede utilizzò degli specchi per concentrare i raggi del sole sulle navi romane che assediavano la sua città . Oggi questa idea si è trasformata in una serie di specchi parabolici dislocati su un kilometro quadrato di superficie. Gli specchi concentrano il calore del sole in una rete di tubi in cui viene fatta scorrere una miscela di sali, che si riscalda fino a 550 gradi, una temperatura molto più alta rispetto a impianti simili realizzati in passato, così da aumentare sensibilmente il rendimento (vedi box).
“E’ una tecnologia – osserva Rubbia – che in dieci anni sarà matura e potrà rendere il sole competitivo” .
La centrale “Archimede” , come era stato battezzato il prototipo, doveva essere realizzata da noi, e proprio vicino Siracusa, a Priolo Gargallo. L’accordo col Comune c’era già e il complesso, 360 specchi parabolici su una superficie di 40 ettari, avrebbe fornito una potenza di 20 Megawatt e un’energia di 60 milioni di kilowattora l’anno. Quanto bastava per alimentare l’intera cittadina di 12 mila persone senza far ricorso ad altre fonti energetiche. A un costo coperto quasi interamente con finanziamenti privati. Ma poi l’Italia ha rifiutato questa opportunità . Così Rubbia ha portato il suo progetto in Spagna. “In questo Paese – osserva – “la cosiddetta “tassa verde” ha reso appetibili le centrali solari già a livello di sviluppo, tanto da far aprire al Paese un “canale solare” che unisce l’innovazione tecnologica alla risoluzione dei problemi energetici” .
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Effettivamente, in Spagna è stata approvata, nel marzo del 2005, una legge per la promozione del solare termodinamico che prevede sovvenzioni del 300 per cento del costo medio del chilowattora prodotto in questo modo, fno a un massimo di 500 megawatt. Oggi il kilowattora ottenuto in questo modo costa due volte e mezzo in più di quello prodotto da fonti fossili, ma i dirigenti del Ciemat concordano con Rubbia che nel giro di pochi anni il suo costo sarà meno della metà di quello delle altre fonti rinnovabili.
“Un aspetto importante è la spinta all’innovazione che viene da programmi del gemnere “ commenta Rubbia “”Percè senza innovazione non si riesce a fare nulla” .
E’ inevitabile a questo punto fare un paragone con l’Italia. “Indubbiamente la Spagna ha lavorato molto in questi anni” dice “tanto da aver uguagliato l’Italia in campo scientifico e tecnologico. Ma con una differenza: la Spagna ha raggiunto questo punto con una derivata positiva (cioè in accelerazione n.d.r.) mentre l’Italia con una derivata negativa (in decelerazione) .
“Mi chiedo" conclude “dove andranno a finire le competenze italiane. Almeno quelle che oggi vi restano. La situazione è demoralizzante ed è chiaro che i giovani si rivolgano altrove. Gli enti di ricerca vogliono fare solo ricerca applicata, mortificando sempre più la ricerca di base. Ma la ricerca di base è paragonabile alle radici di un albero: se si vogliono i frutti, bisogna alimentare le radici. In Italia invece si tagliano le radici. E allora, secondo lei, quali frutti potrà produrre domani quell’albero? “
Articolo tratto dal mensile "Newton" - n. 5 del maggio 2006
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